Ora che la Camera ha approvato lo ius soli, manca solo il placet del Senato. Poi sarà legge.
Grazie a questa norma, a particolari condizioni, i minori extracomunitari potranno ricevere, su richiesta del genitore, la cittadinanza italiana.
Stupisce qualcuno che il tutto si sia esaurito in tifoseria? Ora, che lo ius soli fosse costituzionalmente doveroso (art. 3), razionalmente necessario e umanamente auspicabile, c'è poco da discutere. Non c'è ragione di negare la cittadinanza a chiunque nasca in Italia.
Almeno credevo fosse così, finché non ho letto ciò che ha scritto la Meloni su Facebook.
Scrive: "Per noi la cittadinanza non può essere un automatismo, ma una scelta che deve essere richiesta e celebrata. Diventare cittadino italiano non può essere un fatto burocratico, ma un atto d’amore". Come darle torto?
Sin dalle epoche antiche è arcinota la nostra possibilità di misurare e pesare un atto d'amore. I bambini, sin dall'infanzia, apprendono quest'arte. Senza contare la perfezione che stanno assumendo le nuove bilance dell'amore. Io mi accodo alla Meloni e, per stabilire chi abbia diritto alla cittadinanza e chi no, è necessario stabilire una misura d'amor di Patria; non ne possiamo fare a meno! Serve una soglia di sbarramento.
Così se uno si presenta all'anagrafe e dice: "Vorrei la cittadinanza", gli si dovrà chiedere: "Ma tu ami l'Italia?", e quello risponderà "Eh certo, io amo l'Italia!"; sarà allora che l'impiegato dovrà chiedergli: "Sì, ma quanto?". Fatte le opportune misurazioni, si deciderà sul da farsi.
Così, volendo pure accertarci che tutti i membri della comunità d'Italia amino il proprio Paese, sarà democraticamente doveroso dare a questa legge dell'amor di Patria un effetto retroattivo. Sicché dovremo obbligare tutti a farsi misurare l'amor di Patria. E sia così: corrotti e corruttori, evasori e ladri, raccomandati e simili: tutti apolidi!
Staremo un po' più larghi, questo è sicuro.
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